Magazine RDS

L’Italia è il primo Paese al mondo a introdurre la “tassa sull’aria”: ora anche il cloud ha un prezzo


L’Italia scrive una pagina di storia – ma non tutti sono d’accordo. Da oggi, chi archivia foto, video o documenti online dovrà fare i conti con una novità: il cloud storage è ufficialmente tassato. Il decreto firmato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli introduce per la prima volta al mondo un compenso per copia privata applicato allo spazio di archiviazione digitale. Una scelta che divide: da un lato, l’industria culturale esulta; dall’altro, le imprese tech gridano al paradosso.


Cos’è la tassa sul cloud e perché è nata


La copia privata è un meccanismo che esiste dagli anni ’80: chi acquistava un LP o una cassetta poteva farne una copia per uso personale, ma i produttori dei supporti vergini (come CD o DVD) dovevano versare un compenso agli autori. Con il digitale, la tassa è stata estesa a smartphone, hard disk e tablet. Ora, il decreto Giuli fa un passo ulteriore: equipara lo spazio cloud a un supporto fisico, applicando lo stesso principio.


La base legale arriva da una sentenza della Corte di Giustizia UE del 2022, che ha stabilito che la memorizzazione su server cloud rientra nella definizione di “supporto”. L’Italia è il primo Paese a tradurre questa interpretazione in legge.


Quanto si paga e chi paga


Il compenso non graverà direttamente sull’utente finale, ma sui fornitori di servizi cloud. Le tariffe sono calcolate in base allo spazio allocato:



Chi ha meno di 1 GB di spazio è esente. Il rischio, però, è che i costi vengano ribaltati sugli abbonamenti, facendo lievitare le tariffe per gli utenti.


Cosa cambia per chi usa il cloud



Il compenso per copia privata ha fruttato alla SIAE circa 120 milioni di euro all’anno tra il 2023 e il 2025. Con il nuovo decreto, le entrate degli enti di collecting (SIAE, FIMI, Nuovo IMAIE) sono destinate a crescere. Il governo fa notare che la Francia, con una popolazione simile, raccoglie 255 milioni di euro annui – un divario che l’Italia punta a colmare.


Le critiche: “Una tassa anacronistica che frena l’innovazione”


Le associazioni del settore tech (AIIP, Assintel, Anitec-Assinform) hanno sollevato quattro obiezioni principali:


  1. Doppia imposizione: Il rischio è che la tassa venga applicata sia sul supporto fisico (es. hard disk) che sul cloud, gravando due volte sullo stesso contenuto.
  2. Impatto sulle imprese: I servizi cloud B2B (usati da aziende e PA) saranno tassati, con un aumento dei costi stimato intorno al 20%.
  3. Burocrazia eccessiva: Gli oneri di rendicontazione potrebbero penalizzare soprattutto le PMI italiane.
  4. Concorrenza sleale: Le grandi piattaforme internazionali (difficili da tassare) potrebbero avvantaggiarsi rispetto agli operatori locali.


Anitec-Assinform definisce il provvedimento “anacronistico”, in contrasto con un ecosistema digitale dominato dallo streaming. AIIP e Assintel non escludono un ricorso giudiziario.


Cosa succede ora


Il decreto è stato firmato il 23 febbraio 2026 e attende la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per entrare in vigore. Nel frattempo, il dibattito è acceso: da un lato, c’è chi vede nella tassa un modo per tutelare autori e artisti; dall’altro, chi la considera un freno alla digitalizzazione e alla competitività delle imprese italiane.


Una cosa è certa: l’Italia ha aperto una strada inedita. E il mondo osserva.


Foto: iStock.