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Venezia dovrà scegliere tra dighe enormi, laguna chiusa o il ritiro: ecco cosa dice il nuovo studio


Venezia compra tempo, ma il conto alla rovescia è già iniziato. Uno studio pubblicato su Scientific Reports il 16 aprile 2026 mette nero su bianco ciò che molti temevano: il Mose, la barriera mobile che protegge la città dalle acque alte, ha un orizzonte limitato. E quando smetterà di funzionare, Venezia dovrà affrontare scelte senza precedenti, tra dighe mastodontiche, lagune trasformate in laghi e, in casi estremi, l’abbandono di intere aree urbane. Il mare non aspetta, e la città lagunare è chiamata a decidere ora quale futuro vuole costruire.


Mose, un salvagente con la data di scadenza: fino a quando reggerà?


Il Mose oggi alza le sue paratoie e difende Venezia dalle acque alte, ma lo fa a un prezzo: ogni chiusura prolungata riduce lo scambio d’acqua con l’Adriatico, compromettendo l’ecosistema lagunare, la qualità delle acque e le attività portuali. Secondo lo studio, il sistema attuale può reggere fino a un innalzamento del mare di circa 1,25 metri, ma già a 50 centimetri si entrerà in una zona grigia. Tra 0,75 e 1,75 metri, Venezia raggiungerà il cosiddetto adaptation tipping point: il punto in cui le difese attuali non basteranno più e serviranno soluzioni radicalmente diverse. E il tempo stringe: gli scenari peggiori, legati a emissioni elevate, potrebbero anticipare questi salti di scala, costringendo la città a decisioni rapide e dolorose.


Le tre strade per salvare Venezia (e i loro costi esorbitanti)


Gli autori dello studio non lasciano spazio a illusioni: non esiste una soluzione perfetta, ma solo opzioni che salvano una parte di Venezia sacrificandone un’altra. Ecco le tre vie tracciate, ognuna con i suoi pro e contro.


1. Le dighe ad anello: Venezia come una fortezza


Immaginate una barriera fisica che avvolge il centro storico e le isole principali, separandole dalla laguna. È la soluzione delle dighe ad anello, un sistema di argini dedicati, pompe permanenti e infrastrutture per gestire le acque reflue. Costo stimato: tra 500 milioni e 4,5 miliardi di euro. Il vantaggio? Monumenti, abitazioni e attività economiche sarebbero protetti. Il rovescio della medaglia? Venezia perderebbe il suo rapporto simbiotico con la laguna, trasformandosi in una città “asciutta” ma artificialmente separata dall’acqua che l’ha resa unica. Una cesura culturale, oltre che fisica.


2. La laguna chiusa: Venezia diventa un lago costiero


Qui si parla di trasformare la laguna in una sorta di lago regolato, con dighe permanenti alle bocche di porto, rialzi sulle isole barriera e nuove difese lungo il margine esterno. Una soluzione estrema, capace di proteggere la città fino a 10 metri di innalzamento del mare. Il prezzo? Oltre 30 miliardi di euro e la scomparsa della laguna come ecosistema vivo. Resterebbe una città asciutta, ma a che costo? La laguna, con la sua biodiversità e la sua storia millenaria, verrebbe sacrificata sull’altare della sopravvivenza urbana. Una versione ancora più radicale, il super levee (una barriera larghissima per eventi eccezionali), alzerebbe ulteriormente la posta, ma renderebbe la trasformazione irreversibile.


3. Il ritiro: l’opzione che nessuno vuole sentire


È la parola tabù, quella che fino a poco tempo fa sembrava impensabile: ritiro. Lo studio la colloca oltre i 4,5 metri di innalzamento del mare, uno scenario che potrebbe materializzarsi dopo il 2300. In questo caso, si parla di trasferire monumenti selezionati (come avvenne per Abu Simbel in Egitto negli anni ’60), spostare residenti e lasciare che intere aree della città vengano abbandonate. Il costo? Fino a 100 miliardi di euro. Ma il vero prezzo sarebbe culturale: Venezia perderebbe il suo tessuto storico, la sua anima lagunare e gran parte delle attività economiche che la tengono in vita. Ciò che resterebbe sarebbero solo frammenti di una città un tempo unica al mondo.


Venezia come laboratorio globale: “Il tempo per decidere si sta esaurendo”


Lo studio non si limita a fotografare la situazione veneziana, ma lancia un monito a tutte le città costiere basse del pianeta: l’innalzamento del mare non è un problema del futuro, ma una sfida da affrontare oggi. Le emissioni di CO2 influenzano direttamente la velocità con cui il mare salirà: meno emissioni significano più tempo per adattarsi, mentre uno scenario ad alte emissioni accelererebbe i tempi, rendendo le transizioni più brusche e costose.


I tempi per progettare e realizzare le grandi infrastrutture necessarie sono lunghi: 30-50 anni. Questo significa che Venezia deve decidere ora quale strada intraprendere, sapendo che ogni scelta avrà conseguenze irreversibili. “Non esiste una strategia ottimale unica”, scrivono gli autori. Ogni soluzione difende una parte della città, ma ne sacrifica un’altra: il patrimonio artistico, l’ecosistema lagunare, la vita dei residenti, il porto, il turismo. Venezia diventa così un caso di studio crudele, ma anche un avvertimento per il resto del mondo: le coste basse devono iniziare a pianificare il loro futuro, prima che sia il mare a decidere per loro.


E ora? Il dibattito è aperto (e le scelte non possono più aspettare)


Il Mose ha dato a Venezia una boccata d’ossigeno, ma il suo orizzonte è limitato. Le soluzioni proposte dallo studio sono tutte estreme, costose e cariche di implicazioni culturali, economiche e ambientali. La domanda ora è una sola: quale Venezia vogliamo lasciare alle generazioni future? Una città-fortezza, separata dalla sua laguna? Un centro storico asciutto ma circondato da un lago artificiale? O frammenti di un passato glorioso, spostati e conservati come reliquie di un’epoca finita?


Una cosa è certa: il tempo per decidere si sta esaurendo. E Venezia, stavolta, dovrà scegliere prima che sia l’acqua a farlo per lei.


Foto: iStock.