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Miracolo ingegneristico: il “polmone verde” di Riyadh che sfida il deserto con le acque reflue


Nel cuore del deserto saudita, dove l’acqua è più preziosa del petrolio, Riyadh ha scritto una delle sue pagine più sorprendenti: un corridoio verde di 120 chilometri, alimentato da ciò che per decenni è stato considerato uno scarto. Il Wadi Hanifah non è un miracolo, ma il risultato di una scommessa ingegneristica, politica e ambientale che sta ridisegnando il volto della capitale. Eppure, dietro il paesaggio lussureggiante si nasconde una verità meno rassicurante: questo ecosistema vive in equilibrio precario, tra successi ecologici e rischi costanti.


Wadi Hanifah: quando l’acqua reflua diventa un “polmone verde”


Ogni giorno, circa 1 milione di metri cubi d’acqua – l’equivalente di 264 milioni di galloni – attraversano il Wadi Hanifah, la valle artificiale che l’autorità di Riyadh definisce il “polmone verde” della città. Ma a differenza di quanto si potrebbe immaginare, questa risorsa non arriva da falde sotterranee o piogge miracolose: è il frutto di un sistema di trattamento delle acque reflue che ha trasformato uno scarto in una infrastruttura ecologica vitale.


Il progetto ha radici lontane: il primo grande impianto di trattamento risale al 1982, ma è nel 2023 che la National Water Company ha affidato la gestione del complesso di Manfouha – con una capacità di 700.000 metri cubi al giorno – a un consorzio privato, con un contratto quindicennale da oltre 1,6 miliardi di riyal. Un investimento che riflette una priorità nazionale: in un Paese dove il consumo domestico medio è di 102,1 litri pro capite al giorno, ogni goccia recuperata conta più di una semplice voce di bilancio.


Un trattamento naturale (e invisibile) che sfida la chimica


La vera rivoluzione del Wadi Hanifah non è nei numeri, ma nel metodo. Lungo un canale aperto di 57 chilometri, l’acqua viene trattata senza l’uso di sostanze chimiche, affidandosi invece a un sistema di biorisanamento che sfrutta rocce, salti d’acqua e briglie per ossigenare e depurare il flusso. La stazione di trattamento, che si estende su oltre 100.000 metri quadrati, ospita 140 celle a stramazzo dove microrganismi, alghe e organismi acquatici fanno il lavoro che altrove richiederebbe cemento e meccanica.


Il risultato? Un ecosistema che sembra naturale, ma che in realtà è interamente progettato. Lungo gli argini sono stati piantati 30.000 alberi del deserto, 7.000 palme e decine di migliaia di arbusti, creando un habitat che trattiene il suolo, mitiga il calore e offre rifugio a specie animali. E la vita, infatti, è tornata: 15 specie di uccelli, 9 di pesci, molluschi, anfibi e rettili popolano oggi la valle. Persino la tilapia, introdotta per controllare la crescita delle alghe, è diventata parte di questa catena alimentare artificiale ma funzionale.


Tra biodiversità e fragilità: i rischi nascosti del Wadi Hanifah


Il successo del Wadi Hanifah è sotto gli occhi di tutti, ma uno studio pubblicato su PLOS ONE nel 2024 ha acceso un campanello d’allarme. La qualità dell’acqua varia notevolmente lungo il corso della valle: in alcuni tratti sono stati rilevati livelli elevati di ammoniaca, metalli pesanti e batteri come E. coli, segnali di contaminazione organica e industriale. Un dato che conferma una verità scomoda: questo ecosistema, per quanto straordinario, è fragile e richiede un monitoraggio costante.


“Il Wadi funziona, ma funziona dentro un quadro complesso”, si legge nello studio. L’acqua trattata riduce i coliformi fecali e rende il corridoio verde più sicuro, ma la sicurezza non è un traguardo definitivo: è una pratica quotidiana. In una valle alimentata da reflui urbani, il confine tra recupero ambientale e rischio ecologico è sottile. Basta un errore nella gestione dei flussi o un’interruzione nei controlli per spostare l’equilibrio.


Un modello per il Golfo (e non solo): il riuso idrico come strategia climatica


Il caso di Riyadh va oltre i confini sauditi. Nel 2023, il consumo di acqua riutilizzata nel Paese ha raggiunto i 555 milioni di metri cubi, con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente. Una tendenza che riflette una strategia nazionale: ridurre la dipendenza dalla desalinizzazione, un processo energivoro e ad alta impronta di carbonio.


La desalinizzazione, infatti, resta una colonna portante della sicurezza idrica saudita, ma è anche una delle principali fonti di emissioni del Paese. Riutilizzare le acque reflue significa alleggerire la pressione su questo sistema, con benefici che si estendono all’energia, ai costi e all’ambiente. Il Wadi Hanifah non è solo un corridoio verde: è una dimostrazione concreta di come il riuso idrico possa diventare paesaggio, infrastruttura e riserva di adattamento climatico in un’unica soluzione.


L’acqua nel deserto: una lezione di ingegneria (e umiltà)


Il Wadi Hanifah è un’opera impressionante, ma anche una lezione di realismo. Nel deserto, l’acqua torna a scorrere solo quando qualcuno decide che perfino lo scarto merita una seconda vita. Eppure, il vero lavoro inizia dopo: ogni giorno, questo ecosistema artificiale richiede manutenzione, controlli e correzioni. Perché nel deserto, più che altrove, la natura non si lascia imbrigliare facilmente.




Foto: iStock.