Il termostato segna 19°C, ma fuori il sole scalda già i balconi. Eppure, in molte case italiane, il riscaldamento continua a ruggire come se fosse gennaio. Un’abitudine che nel 2026 pesa più che mai: tra forniture di gas incerte e bollette ancora sotto pressione, sapere quando e come spegnere gli impianti può fare la differenza tra un conto salato e un risparmio concreto. La risposta non è uguale per tutti: dipende dalla zona climatica, dal tipo di casa e persino dallo scaldacqua. Ecco la guida definitiva per evitare sprechi senza congelarsi.
Zona climatica: il calendario ufficiale per spegnere il riscaldamento
In Italia, il D.P.R. 412/1993 divide il territorio in sei zone climatiche, ognuna con una data di fine riscaldamento diversa. Il principio è semplice: più fredda è la zona, più tardi si spegne. Ecco le scadenze per il 2026, valide per impianti condominiali e autonomi (salvo ordinanze locali o emergenze meteo):
- Zona A (es. Lampedusa, Porto Empedocle): 15 marzo – 6 ore al giorno max.
- Zona B (es. Palermo, Reggio Calabria): 31 marzo – 8 ore al giorno max.
- Zona C (es. Roma, Napoli, Bari): 31 marzo – 10 ore al giorno max.
- Zona D (es. Milano, Torino, Bologna): 15 aprile – 12 ore al giorno max.
- Zona E (es. Trento, Belluno, Cuneo): 15 aprile – 14 ore al giorno max.
- Zona F (es. Aosta, Sondrio): nessun limite, ma solo in caso di necessità.
Fuori da queste finestre, gli impianti possono restare accesi solo per metà del tempo consentito e solo se le temperature lo richiedono. Un dettaglio non da poco: secondo ENEA, ogni grado in meno e ogni ora di accensione in meno possono tagliare i consumi fino al 15%.
Casa autonoma vs condominio: strategie diverse per lo stesso obiettivo
Chi ha un impianto autonomo può permettersi maggiore flessibilità. Il segnale per spegnere? Quando la casa mantiene il calore da sola: radiatori che si accendono raramente, temperature esterne sopra i 15°C per più giorni e stanze che non crollano di freddo dopo il tramonto. La transizione dovrebbe essere graduale: prima si abbassa di un grado, poi si riducono le ore di accensione, infine si spegne del tutto.
Nei condomini, invece, la decisione è collettiva. L’amministratore deve rispettare il calendario della zona climatica, ma spesso si scontra con esigenze diverse: chi ha freddo, chi vuole risparmiare, chi apre le finestre anche con il riscaldamento acceso. Il compromesso? Monitorare il meteo reale. Se per una settimana le massime superano i 15°C e le mattine non sono più gelide, è il momento di spegnere. Gli edifici ben isolati ci arrivano prima; quelli vecchi o umidi, invece, potrebbero aver bisogno di qualche giorno in più.
Scaldacqua: il nemico nascosto delle bollette primaverili
Non è solo il riscaldamento a gravare sui conti. Anche lo scaldacqua, se impostato male, può divorare energia senza motivo. La temperatura ideale? Tra 50 e 55°C: abbastanza per bloccare la Legionella (il batterio che prolifera in acqua stagnante), ma non così alta da sprecare corrente o gas. Superare i 60°C, infatti, riduce i batteri ma aumenta i consumi in modo sproporzionato.
Per chi parte per le vacanze, poi, c’è un trucco in più: spegnere il boiler o attivare la modalità “vacanza” (se presente). Al rientro, però, il Centro Tutela Consumatori Utenti consiglia di riportare la temperatura a 65°C per almeno un’ora, per igienizzare l’impianto. Un piccolo sforzo che evita sprechi durante l’assenza e garantisce acqua sicura al ritorno.
Il termometro umano: quando il corpo dice “basta”
Alla fine, la regola più semplice è anche la più efficace: spegnere il riscaldamento quando smette di essere necessario. Quando le stanze restano tiepide senza bisogno di accendere i termosifoni, quando il sole scalda i muri e l’aria non punge più al mattino. In quel momento, tenere acceso l’impianto significa solo trattenere l’inverno per abitudine. E nel 2026, con le bollette ancora sotto pressione, le abitudini costano care.
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